ECOFEMMINISMO: intervista a BARBARA MEGGETTO Presidente di Legambiente Lombardia

E’ a cura di Sara Tironi e Francesca Bolazzi la quinta intervista della nostra ricerca su relazioni tra donne, leadership e autorità a Barbara Meggetto.

Barbara Meggetto ha iniziato la sua storia in Legambiente fondando a fine anni ’90 il circolo di Cassano Magnago; dal 2015 è Presidente di Legambiente Lombardia e dal 2019 è vicepresidente della fondazione Triulza. Risponde alle nostre domande con una grande cognizione di causa. Ci parla di partecipazione e vita associativa, governance e decisioni e ci racconta di come l’economia circolare e la leadership femminile siano la vera forza per la rivoluzione del nostro tempo.

L’ecofemminismo sostiene che una giustizia ambientale non si possa raggiungere senza che si proceda di pari passo con una giustizia sociale fatta di equità dei trattamenti e valorizzazione delle differenze, specialmente tra i sessi. Quale è il suo punto di vista sulla questione?  

L’ecofemminismo è già una rivoluzione!  Che non si riesca ancora oggi a riconoscerne il valore profondo, è purtroppo un dato di fatto. Giustizia sociale e ambientale sono due facce della stessa medaglia, da anni lo andiamo dicendo. Purtroppo, da anni constatiamo anche quanto venga dimenticato questo connubio, precludendo di fatto innovazioni sociali e ambientali importanti per il futuro. Dentro a questa dimenticanza c’è anche la parità di genere, troppe volte sventolata come bandiera ma poche volte messa in campo realmente. I dati della pandemia, ad esempio, parlano chiaro: il prezzo più alto lo paga, ancora una volta, la componente femminile della società. E se allarghiamo lo sguardo sull’emergenza climatica, ci accorgiamo che riscaldamento globale e povertà sono legati tra loro, non sono mere astrazioni concettuali. Come Legambiente avevamo affrontato l’argomento lanciando già nei primi anni 2000 una campagna dal titolo Clima e Povertà proprio per mettere in luce le difficoltà sempre maggiori dei Paesi poveri e cercando di far suonare un campanello d’allarme anche nel nostro Paese. Degrado ambientale e sociale sono legati e, nelle zone del mondo dove manca tutto, ancora una volta alle donne si chiede resistenza e resilienza, in una deriva che pare inarrestabile. I movimenti ambientalisti hanno rappresentato, e rappresentano ancora oggi, la punta più avanzata di un pensiero che ha incorporato da sempre la consapevolezza della diversità come ricchezza e garanzia di futuro. Per questo sono felice che le più giovani parlino molto di ecofemminismo, quasi fosse la riscoperta di una necessità di appartenenza senza un confine. Il desiderio di essere dentro a un processo ma con una connotazione. Sono davvero interessanti queste giovani donne!

In merito, basandosi sulla sua esperienza personale, le vengono in mente fatti o eventi accaduti durante il suo percorso di attivismo? Vuole parlarcene?

Legambiente è nata negli anni ’80 del secolo scorso da giovani desiderosi di distinguersi dalle associazioni di conservazione della natura e del paesaggio. L’ambientalismo scientifico, abbinato all’azione e alla concretezza, ha permesso di aprire le porte alle competenze femminili senza distinzione alcuna, condividendo speranze e risultati. E il protagonismo delle nostre socie, con la diffusione territoriale dell’associazione, è partito e si è radicato anche a livello locale permeando la nostra base associativa. Io stessa sono partita da una battaglia legata ad un inceneritore sperimentale di rifiuti ospedalieri contro cui si era avviata una battaglia locale serrata. Un presidio in piena regola da cui poi è nato il circolo Legambiente. Condividere una battaglia spesso appiana le differenze e mette in risalto il valore della diversità, soprattutto delle modalità con cui donne e uomini affrontano temi e azioni. Ad esempio dove la presenza femminile nei nostri circoli è maggiore e paritaria, vi è anche un diverso approccio ai problemi e alla loro risoluzione. Emergono capacità di ascolto, opportunità di nuove alleanze, ricerca costante del punto di vista dell’altro, empatia. Tutti elementi che portano anche una mitigazione dei conflitti. In Legambiente, l’alleanza tra generi è sempre stata molto presente. Non ricordo episodi negativi significativi, se non legati ad altri ambienti. Quello della politica, anche di governo locale, ad esempio, ci ha riservato teatrini divertenti e irritanti al contempo. Abbiamo imparato a sfruttare le occasioni negative aumentando la complicità tra noi e superando di fatto il disagio momentaneo, spingendoci persino a sorridere delle pochezze degli altri. Non sono mancati peraltro, discriminazioni rivolte ai colleghi maschi nell’incontro con le donne impegnate nella pubblica amministrazione, in una sorta di parità non ragionata e scadente. 

Lei è presidente di Legambiente Lombardia dal 2015. La sua governance ha avuto effetti sulla politica interna dell’associazione in merito alla partecipazione di altre donne? E al di fuori dell’associazione? Se sì, ci racconti come e quando si sono realizzati questi effetti. 

Governare un’associazione complessa come Legambiente, con una base territoriale molto radicata e diffusa, non è stato mai semplice per nessuno. Fin dalla sua fondazione la presenza femminile ha segnato il passaggio del tempo, andando via via consolidandosi. D’altronde abbiamo avuto una grande visionaria come fondatrice e, nel suo nome, pensare al femminile era ed è inevitabile. Mi riferisco a Laura Conti. Dal canto nostro, abbiamo dovuto comunque riequilibrare le differenze numeriche all’interno degli organismi dirigenti, che ancora rimangono un po’ sbilanciate ma in misura minore rispetto a vent’anni fa. All’interno della sede regionale, luogo di vita professionale e di volontariato, le differenze sono state praticamente appianate. Da sempre, orari flessibili, smart working e retribuzioni sono uguali per tutti, senza alcuna differenza di genere. Sono orgogliosa che in Legambiente si lavori insieme per uno scopo, per generare valore sociale e ambientale. E anche di genere.

Ha mai sentito la responsabilità, in quanto presidente di un’associazione molto importante a livello nazionale e internazionale, di essere una precorritrice in tema di leadership per il futuro sia professionale che nel campo dell’associazionismo di altre donne? 

Certo la leadership femminile in associazione è cosa recente ma ciò che oggi è sotto i nostri occhi, è frutto del lavoro di molte donne che in Legambiente hanno assolto compiti importanti: come essere responsabile dell’ufficio scientifico nazionale oppure dirigere la struttura nazionale o, ancora,  presiedere l’associazione. Legambiente è un mondo di opportunità da cogliere e da condividere, faticosa tanto quanto meravigliosa. Lo so, sono di parte, ma per me, è una grande e lunghissima passione!  E poi l’ultimo decennio ha visto molte donne mettersi in prima linea, a partire dal livello nazionale con Rossella Muroni, prima donna presidente nazionale, che ha dato il là a cambiamenti significativi anche al livello regionale. In Lombardia i tempi erano probabilmente maturi perché la presidenza fosse affidata a una donna. Un passaggio quasi naturale. Sono grata all’associazione che, in uno sforzo non scontato di unità, ha fatto in modo che il cambiamento avvenisse creando armonia e scambio intenso tra passato e futuro. Non sempre è così, anche il Terzo Settore soffre di miopia. Spero sempre che la mia, la nostra, esperienza possa far capire che adesso la strada è davvero stata aperta. Deve essere alimentata e mantenuta viva in una reciprocità di rapporti e relazioni che aiuti davvero il mondo a cambiare in meglio.

 Quando lavorava per un’azienda che produce e stampa plastiche per cosmetici (1999-2006), che tipo di sensibilità c’era per la protezione dell’ambiente all’interno e all’esterno di quell’ambito lavorativo? In quegli stessi anni ha fondato il circolo Legambiente di Cassano Magnago; questa esperienza lavorativa ha contribuito a far crescere in lei il bisogno di fare qualcosa per la protezione dell’ambiente?

Tutte le esperienze di lavoro aiutano a maturare una maggiore consapevolezza di sé e fanno capire quale è la vera strada che dobbiamo percorrere. La scelta di Legambiente è avvenuta in un momento particolare, di crisi aziendale e voglia di un cambiamento profondo. È stata una scommessa maturata in anni di volontariato, di sforzi per comprendere le problematiche ambientali e gli effetti nefasti di alcune situazioni. L’esperienza lavorativa in aziende manifatturiere è stata preziosa, ha aggiunto tasselli importanti di conoscenza dei meccanismi di produzione e della creazione dei materiali. Fortunatamente, nell’ultima azienda in cui ho lavorato, ambito materie plastiche per la cosmesi, la dirigenza lavorava su due fronti: la sicurezza dei lavoratori e la diminuzione degli sprechi, aprendo il confronto interno sul recupero degli scarti di lavorazione, della gestione dei rifiuti e del riutilizzo. Tutto questo non finalizzato al risparmio delle risorse e alla prevenzione dal rischio inquinamento ma purtroppo orientato verso l’abbattimento dei costi aziendali. Le imprese, oggi,   hanno maturato una consapevolezza diversa, hanno capito che la sostenibilità ambientale è un asset importante anche per aumentare la reputazione aziendale. Allora non se ne parlava minimamente. Gli anni passati in azienda sono stati utili per maturare ulteriormente, e poi consolidare, la consapevolezza che passione e attività di volontariato avrebbero potuto diventare una scelta di vita. Entrare in Legambiente è stato il frutto di una riflessione e di una scommessa personale, un periodo di libertà dal mondo delle imprese, in cui peraltro pensavo di rientrare di lì a poco, che invece prosegue ancora oggi con maggiore responsabilità. Insomma, indietro non sono tornata. 

Rispetto alle politiche ambientali, chi sono state e chi sono oggi le donne che per lei rappresentano un riferimento, sia intellettuale che per quanto riguarda le azioni e gli effetti concreti? 

Purtroppo le figure femminili che oggi si occupano di ambiente continuano a essere poco valorizzate. Come se, tutte noi che lavoriamo sui temi ambientali ogni giorno, non riuscissimo a riconoscerci, finendo per mettere al centro quasi esclusivamente gli esempi straordinari del passato. È come se la dimostrazione del valore fosse relegata ad un tempo diverso, a circostanze passate o a grandi ed epiche battaglie dove solo le pasionarie possono godere di un posto al sole. Credo occorra ribaltare questo concetto. Passione e azione sì, ma anche impegno, studio, riflessione, lavoro analitico, governo. Il tutto condito con fermezza e gentilezza, moderazione e reazione di fronte ai soprusi. Donne come Laura Conti hanno gettato i semi dell’ambientalismo moderno, guardando oltre il laboratorio e l’accademia. Hanno lanciato lo sguardo in avanti e colto modi diversi di occuparsi e di raccontare i temi ambientali, abbracciato i problemi guardando in faccia le persone coinvolte, abbassato gli occhi sui più piccoli. Laura, a 100 anni dalla nascita, in questo è stata straordinaria. Le dobbiamo tanto. Oggi guardiamo intorno a noi e vediamo giovani donne in azione, rappresentate da Greta Thumberg, che rivendicano il diritto di vivere in un mondo sano. Personalmente, trovo affascinanti quelle donne, a volte colleghe, che quotidianamente lavorano nelle Ong, nei centri di ricerca, nelle Università, per la sostenibilità dei grandi eventi, in enti internazionali, nelle fondazioni e nelle imprese. Le ammiro per la determinazione e il lavoro tenace e silenzioso che costruisce cambiamento. Infine, mi colpiscono gli esempi di donne che lottano in territori difficili, in condizioni estreme. Come Berta Caceres, uccisa per le sue idee, che ha difeso le risorse naturali del fiume Guarcarque contro la costruzione della diga di Agua Zarca. Come lei tante hanno perso la vita per difendere la vita sul nostro pianeta.

Uno dei progetti di cui è stata responsabile all’interno del circolo di Cassano Magnago è stato quello dell’accoglienza dei bambini di Chernobyl, un disastro che lega strettamente i danni che l’uomo può fare sull’ambiente e le ripercussioni che un ambiente degradato provoca sugli esseri umani. Oggi questo processo sembra sempre più presente e sacrificare la salute delle persone in nome di più alti interessi economici sembra diventata la regola, nonostante le politiche green e le azioni messe in atto sia dalla politica che dalle associazioni. Per di più la Lombardia è una regione molto critica, sia per la concentrazione di persone e attività commerciali che per le particolari condizioni climatiche che di certo non aiutano a mantenere un’aria più pulita. Come agisce lei oggi per contrastare questo processo di degradazione del nostro ambiente che ormai pare così inevitabile? 

Seguire il progetto Cernobyl è stata un’esperienza davvero emozionante. La conoscenza dei bambini, le storie di chi ha vissuto in prima persona il dramma del 1986, la visita ai luoghi contaminati. Un patrimonio di umanità e fragilità che porterò con me per sempre. La tragedia di Cernobyl si poteva evitare. Una lezione drammatica che purtroppo, parlando di nucleare, si è ripetuta con Fukushima. Per capire le differenze con il mondo di oggi dobbiamo tornare a guardare il passato. Perché molte delle macerie che troviamo nei nostri territori hanno un’origine antica. Penso ai troppi siti da bonificare in tutta la Lombardia, a fiumi non risanati, a infrastrutture di depurazione malfunzionanti o inesistenti, a una mobilità troppo concentrata sull’automobile. Tutti temi legati ad un retaggio industriale, figlio degli anni ’60 e ’70. Epoche in cui si pensava che la terra avrebbe “assorbito” e trasformato in nuova natura i nostri danni. Fortunatamente l’aumento della consapevolezza e un approccio scientifico al tema ambientale hanno fatto in modo che questo pensiero fosse ridimensionato, fino a scomparire. Come Legambiente, da quarant’anni, ci muoviamo su più fronti. Da una parte l’analisi dei dati con i dossier, per spiegare la portata dei fenomeni e chiedere ai policy maker di intervenire con nuove normative. Dall’altra, coinvolgendo i cittadini, grazie a campagne di informazione e di citizen science. Una richiesta, la nostra, di  di partecipazione ad azioni di protesta ma anche di monitoraggio ambientale che permettono a tutti di toccare con mano i limiti dei nostri territori, soprattutto degli ambienti naturali. Uno scenario rivoluzionario? Entrare mani, testa e cuore nell’economia circolare. Cambiare i processi produttivi e progettare prodotti totalmente riciclabili e riutilizzabili. Rendere i cittadini sempre più consapevoli del loro ruolo per non essere più solo e semplici acquirenti-consumatori ma prosumer. E infine, una pubblica amministrazione formata a riconoscere le nuove sfide, quelle che dovrebbero passare da amministratori più consapevoli del loro ruolo e più competenti sulle questioni ambientali. Ma la vera rivoluzione, ne sono certa,  si avrà quando tutti i tetti di cristallo saranno sfondati per dare spazio a competenze e visioni al femminile. La strada da percorrere in questo senso, è ancora lunga.



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